Comitato Promotore della Legge di Iniziativa Popolare per l'Introduzione nel Sistema Elettorale Italiano delle
Primarie Aperte a Tutti gli Elettori ai fini della Proposta e della Selezione delle Candidature
Organo Ufficiale del COMITATO PER LE PRIMARIE APERTE

A2bis - La situazione politica italiana

Un processo in corso

Il Muro di Berlino

Il processo di riforma della Politica italiana fu avviato nel 1989 dalla caduta del Muro di Berlino che, rimuovendo l'alibi del pericolo "Guerra Fredda", ha creato i presupposti per la messa in discussione delle ideologie fin lì imperanti e contrapposte.
Ciò ha dato il via libera anche alla ribellione di chi pagava di più degli altri i costi del paese, ormai non solo sotto forma di tasse, ma anche come tangenti pretese dai politici a cui non bastavano più i voti, visto anche il lievitare dei costi della Politica negli anni '80 anche a causa della necessaria presenza pubblicitaria non più solo sulle reti RAI.
Il voto alla Lega Nord ha permesso lo scoperchiamento di quel brutto vezzo che fu definito "Tangentopoli" e da lì il tracollo di tutto il sistema di potere e dei partiti come lo si conosceva fino ad allora.

La prima azione di riforma ha puntato al perseguimento di un'improcastinabile necessità per tutto il Paese che aveva vissuto per fin troppo tempo nell'incertezza e nella perenne emergenza: la "governabilità".

Per ottenere questo si sentiva la necessità di un più semplice bi-partitismo che, date le oggettive caratteristiche della politica italiana, passasse per il bi-polarismo. Il tutto grazie ad un metodo elettivo di tipo "maggioritario".

Ma, malgrado gli eclatanti risultati pressoché plebiscitari ottenuti dai Comitati per i Referendum del 1991 e 1993. Tale processo è rimasto, sconsolatamente incompiuto.

Il maggioritario

Con il metodo elettorale "maggioritario" basato sulla corrispondenza di ciascun seggio dell'organo da eleggere ad una pressoché uguale quota di elettori ed alla relativa porzione del territorio interessato (il Collegio Elettorale uninominale) è stato fatto il primo vero passo verso una più potenziale, almeno nel caso italiano, Democrazia a misura di Cittadino e, auspicabilmente, una potenziale Democrazia della "alternanza". Difatti, nonostante il Parlamento del tempo abbia compiuto un vergognoso blitz, modificando quanto determinato dal Referendum alla faccia della volontà popolare e reinserendo una quota del 25% dei seggi determinati con metodo proporzionale, quanto meno i 475 Collegi Elettorali Uninominali in cui è stata suddivisa l'Italia, corrispondenti agli altrettanti Seggi della Camera dei Deputati rimanenti, hanno ciascuno una dimensione sufficientemente piccola (praticamente corrisponde ad un quartiere d'una grande città o ad un gruppo di piccoli e medi comuni confinanti) ed un numero di elettori abbastanza contenuto (in media 105.000), tale da consentire un rapporto, un raffronto ed uno scambio di idee diretto tra i candidati ed i cittadini e tra i cittadini stessi con il comune interesse d'essere degnamente ed efficientemente rappresentati.

Ma sta di fatto che in ogni Collegio Elettorale Uninominale la scelta di quell'unico candidato d'ogni lista in competizione nei collegi elettorali è, salvo casi eccezionali, ancora e comunque un'esclusiva del vertice del rispettivo partito o della corrispondente coalizione di partiti.
Neppure i militanti locali riescono più ad avere almeno l'illusione di influire sul processo di formazione delle candidature.

Questo significa che in realtà noi cittadini non scegliamo proprio un bel niente. O, se vogliamo, c'illudiamo di scegliere… e spesso tra il "gatto" e la "volpe".

Come mai le cose stanno così?

La Costituzione, o "Carta Fondamentale", è la Legge principale su cui è costruita ogni regola della nostra convivenza. Da essa, infatti, derivano tutte le altre leggi e norme e nessuna di esse può essere in contrasto con la Costituzione. Quest'ultima, peraltro, rimanda alla legge ordinaria l'onere di realizzare pienamente quanto stabilito nella Carta Costituzionale. Uno dei princìpi stabiliti dalla Costituzione (Art. 1, secondo comma) è che "La sovranità appartiene al Popolo...", cioè a tutti noi, nessuno escluso.
A tutela di tale principio, l'art. 3, nel secondo comma, afferma testualmente che : "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori (n.d.r. : "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro", art. 1, perciò parlare di "lavoratori" equivale a "cittadini") all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.".

Chi doveva, e dovrebbe ancora, trasformare tale precisa indicazione in una legge ordinaria che l'applichi è il Parlamento.
Ma il Parlamento, così come tutti gli organi assembleari e le cariche, sia nazionali che locali, è controllato da "CHI" di fatto, non di diritto (in mancanza di una legge il potere è di chi già ce l'ha), stabilisce chi vi entra e chi ne esce ad ogni elezione o nomina diretta. Questo "CHI" non corrisponde tanto ai partiti, come troppo genericamente viene detto da tempo, quanto a chi nei partiti detiene il potere reale, se non assoluto, cioè i suoi vertici.

Da tale posizione di potere "di fatto", ogni segreteria di partito può condizionare sia l'attività degli eletti nella propria lista, determinandone il voto negli organismi assembleari, sia chi occupa cariche pubbliche in base a nomina d'origine partitica, pesando sulle sue decisioni.
Viene usato il termine "può" perché non s'intende affermare che ciò sia necessariamente accaduto o che quantomeno lo sia stato allo stesso modo in tutte le forze politiche, ma è gravissimo che, ancora oggi, nulla sia stato fatto in concreto per evitare che ciò potesse e possa accadere.

Quanto tale "potenziale" sudditanza strida con la stessa Costituzione viene riassunto nel principio stabilito dall'art. 67 della stessa (con riferimento ai parlamentari nazionali, ma estensibile a tutte le altre cariche elettive): Ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato").
Ma "di fatto" non c'è Parlamentare che possa vantare una propria reale autonomia decisionale ed operativa. Gli "ordini di scuderia" provenienti dal Partito sono riportati dal "Capogruppo" ed i Parlamentari iscritti al Gruppo devono attenersi ad essi. Gli eletti che "osino" ribellarsi" a tale "vincolo" non scritto (ma applicato pedissequamente), rischiano una delle peggiori forme di "mobbing". Al primo tentativo di ribellione il Parlamentare viene redarguito. Se insiste, in attesa, ovviamente, di non più candidarlo alle successive elezioni, inizia il programma di isolamento, in aula (i colleghi escono se prende la parola) e sul piano operativo (più nessun supporto dal Gruppo), fino alla sistematica distruzione della sua immagine, dagli atteggiamenti diffamatori al più efferato discredito: di volta in volta vanno di moda attributi come "peone", "anti-democratico", "attentatore all'integrità delle Istituzioni", ecc. ecc. che regolarmente colpisce è, particolarmente negli ultimi tempi, sotto gli occhi di tutti,
Tali atteggiamenti ledono, al di là dell'eventuale criticabilità delle ragioni che hanno portato un eletto a non volersi sentire un "ectoplasma" o un "burattino", il principio costituzionale espresso dall'art. 67, che piaccia o non piaccia.

E' diffusa voce di corridoio che un segretario di sezione di un partito abbia un potere ben più sostanziale di un Parlamentare e che Parlamentari si diventa il più delle volte come premio finale per la fedeltà prestata al partito, una specie di "pensione" assicurata, una specie di "trattamento economico" di fine carriera che ripaga il militante dei sacrifici profusi negli anni. E le cifre che si percepiscono in effetti non sono da poco, pensione inclusa. Così in molti, pur di non perdere tutto ciò, accettano le imposizioni che arrivano loro dall'alto e si conformano al sistema. E così il controllo del Parlamento è assicurato.

Un sistema di potere duro a morire

Ci si deve perciò domandare, da persone ragionevoli, che interesse possono avere i vertici dei partiti a cedere un tale potere di controlloP?
Se da loro stessi, poi, deriva la possibilità che in Parlamento passi una legge che decreti la cessione di tale potere "di fatto" alla non certo facilmente controllabile massa degli elettori, sembra eufemistico il meravigliarsi che nulla cambi.

In sintesi, la scelta delle candidature è stato ed è ancora il punto cruciale del sistema di potere dei partiti (o meglio: di chi li gestisce), ma anche una delle origini della sua degenerazione...
... nasconderselo sarebbe ancor più pericoloso che dirlo: chiunque fosse al vertice di un grosso gruppo economico o di un'organizzazione occulta o malavitosa e fosse intenzionato a condizionare a proprio favore le norme e le scelte pubbliche, preferirebbe di gran lunga trattare con ed "indirizzare" pochi soggetti che possono a loro volta controllare facilmente ogni carica elettiva o da nomina e le relative scelte politiche, normative ed economiche, piuttosto che dover "condizionare" o convincere quasi 50 milioni di elettori.

Anche in questo caso, non si vuole affermare che ciò sia necessariamente accaduto, ma non si può rifiutare l'evidenza della potenziale pericolosità di una tale concentrazione dei poteri senza un reale controllo democratico. E già solo questo è gravissimo.

Ma forse è per questo che la cosiddetta "Partitocrazia" (ma sarebbe meglio definirla "vertigocrazia" o "oligarchia") è ben lontana dall'essere stata messa in un angolo.
Così come è un dato di fatto che la Democrazia (che viene dal greco e significa "governo del popolo", del "demos" appunto) non è ancora mai stata pienamente attuata.

Le origini del problema

Tutto questo non deriva solo da questi ultimi cinquanta anni di Repubblica in Italia.

Nel 1800, in tutta Europa, l'avvento dell'era industriale genera la necessità di coinvolgere "masse" di lavoratori nei processi di produzione. Ma tutto ciò doveva avvenire alla luce di quanto era accaduto con le due rivoluzioni in Francia ed in America, fatti che non consentivano un ritorno alla schiavitù. Detti eventi hanno condizionato i poteri forti, quelli di sempre (aristocrazia) e quelli emergenti, cioè quelli prettamente economici, fossero essi di natura aristocratica o borghese, a favorire o non ostacolare più del necessario l'adozione di forme di governo "democratiche"... almeno sulla carta, onde indurre i popoli a "collaborare" spontaneamente al "bene della Nazione" (sulla carta la Nazione apparteneva a tutti loro) e perciò anche al bene dell'Industria che la faceva prosperare.

Ne è derivata una prima forma di Democrazia basata sulla "piena rappresentanza", una delega pressoché in bianco ad una elite di persone.
Nei casi più fortunati tale gruppo elitario era costituito da notabili illuminati, istruiti e "volenterosi", che, con stile tutoriale, ha sovrinteso alla "gestione" della Politica, in nome e per conto del popolo.
Ma questa tipologia di persone di governo hanno dovuto fare i conti fin troppo spesso con due problemini che fanno capo alla natura umana:

  1. Chi aveva mire di potere per scopi non propriamente "altruistici" non è certo rimasto con le mani in mano. E' chiaro che a quel potere ha puntato, anche contando sul fatto che erano pochi gli eventuali soggetti elitari da corrompere e che quei pochissimi che avessero fatto resistenza potevano pur sempre incorrere in "incidenti di percorso".
  2. Un po' per poter continuare nella propria opera a favore di una popolazione ancora "inesperta", magari in perfetta buonafede, un po' per il gusto del potere ormai assaporato ("il potere logora chi non ce l'ha"... ma certamente solo dopo averlo avuto), un po' perché era più comodo per i "poteri forti" avere gli stessi interlocutori... fatto sta che tale elite è divenuta alquanto "longeva". Oppure si rinovava su basi auto-referenziali. Tutto ciò avveniva in sostanza secondo le modalità conosciute e disponibili all'epoca, qual'era il "delfinato".

Nel contempo, a consacrazione del concetto di "processo democratico" come confronto tra i diversi punti di vista, le persone si riconobbero in forme associative che peroravano formule definite nell'affrontare e risolvere i problemi della comunità e perciò rispecchiavano quella visione di "parte". Nascevano così i PARTITI. Dovendo organizzare gruppi nutriti di persone, i partiti vennero strutturati facendo uso dell'unico modello che a quel tempo aveva successo e non a caso utilizzato da Chiese, Regni ed Eserciti: UNA PIRAMIDE GERARCHICA CON IL VERTICE FERREAMENTE IN ALTO SOVRASTANTE LA BASE.
Pertanto, al di là delle loro forme associative apparentemente aperte e trasparenti, di fatto i partiti sono sempre stati chiusi ed impermeabili. Sono le loro origini che lo hanno determinato... e la debolezza della natura umana che l'ha perpetuato.

La logica del potere di vertice

Se io detengo un potere reale perché sono al vertice di un partito, mi è sufficiente far uso del mio potere per fare dei "favori" a un buon numero di persone (per lo più garantire lavoro e carriera o "giustizia" ad hoc) alle quali chiedo in cambio d'iscriversi al mio partito e di garantirmi il loro voto come io gli indicherò. Se non lo fanno loro e/o chi per loro (di solito parenti) perderanno tutti i privilegi ottenuti.

Sì, certo, permetterò anche ad altre persone d'iscriversi, magari anche persone che possono cercare di contrastare il mio strapotere, ma farò sempre in modo che essi, gli indipendenti, siano sempre una minoranza, in modo che potrò sempre additarli/usarli come il "segno palese della Democrazia interna del mio partito". Tanto chi fa carriera nel mio partito lo decido io! E loro rimarranno sempre e solo militanti di base e paradossalmente anche utile prova della "Democrazia interna".

Le persone ammesse ai livelli superiori al quello di base sono solo coloro che accettano la logica del "bene del partito" e perciò che siano disposte a difenderlo per quello che è. D'altro canto, il fatto stesso della loro ammessione era la dimostrazione della "bontà" del "grande padre", il partito. Ed un "padre" lo si rispetta o se ne deve temere la punizione, fino al ripudio. Questa filosofia, la stessa che ha fatto poi nascere nella storia altre organizzazioni pervasive (la Mafia ne è un esempio) ha permesso a ciò che era nato con finalità costruttive e democratiche di divenire tutt'altro. La sua struttura piramidale e pesantemente gerarchica, peraltro, lo permetteve facilmente.

Pertanto, la scelta di chi occuperà i posti che contano è solo del vertice, in forma diretta o tramite coloro che il vertice controlla, ma sempre e comunque sotto quella cupola. posti che i processi decisionali di chi è "eletto" sono e sono sempre stati solo "apparentemente" democratici. E' la struttura a controllarne scelte, decisioni e votazioni. Ed in particolare, il potere è nelle mani di chi occupa il posto di vertice... o di chi governa dietro il suo paravento.

Perciò, anche se sulla carta gli eletti avrebbero dovuto essere "rappresentanti" e "rappresentativi" del popolo che veniva sempre giustificato magari gestiti in contesti associativi .

Sta di fatto che in realtà la scelta posta agli elettori di allora, come a quelli di oggi, è tra candidati scelti da "altri" e più precisamente sempre dalle stesse persone al vertice dei partiti, ove i militanti, se no sono adeguatamente "condizionati", non contano nulla. Il che sostanzialmente equivale a "non scegliere", affatto. Non può essere libera "scelta" quella obbligata tra il "Gatto" e la "Volpe" o tra la "Padella" e la "Brace".

I problemi di sempre vengono in piena luce

Il sistema elettorale Maggioritario non è e non può essere la panacea di tutti i mali, ma la sua immissione nel sistema elettorale italiano aveva almeno due scopi ed ha avuto almeno due effetti:

Gli scopi

  1. L'Italia pagava da decenni l'impossibilità di programmare la propria crescita in mancanza di un governo capace di continuare la sua opera per più di un anno. si era arrivati a medie di durata degli esecutivi che non superavano gli otto mesi. L'elettorato non è affatto cieco. Quella era la priorità. E perciò il metodo maggioritario, che garantisce proprio la governabilità, è diventato la soluzione. Ecco perché, con il referendum del 1991 e poi con quello determinante del 1993, gli italiani hanno scelto in massa l'adozione del maggioritario.
  2. Il mondo politico ha incrinato talmente tanto il proprio rapporto con il resto della comunità, da creare una pesantissima sfiducia da parte degli elettori. Gli elettori hanno colto l'occasione del referendum per esprimere una chiara critica al sistema. E non a caso il referendum sull'introduzione del Maggioritario era affiancato da quello per l'abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, con un risutlato ancora più eclatante: 97% di sì!

Gli effetti

  1. Mancanza di Democrazia nei partiti è stata messa a nudo.
  2. E' emersa la carenza culturale e la mancanza di dovere civico, di senso dello stato e di capacità di auto-critica da parte della "classe politica". Sia il referendum sul Maggioritario che quello sul finanziamento pubblico dei partiti erano chiari atti di critica del Paese tutto al sistema.

Lo stato di cose e la mancanza di reale Democrazia poteva reggersi solo fintanto che il sistema continuava a garantire in cambio quella larghezza di maniche che ha permesso al Paese di crescere, ma purtroppo anche a pochi di avere vantaggi a discapito di molti. Quei pochi erano sufficientemente influenti per tenere il resto dell'elettorato sotto ricatto. Ed il ricatto era potenziato da quello stato di fatto creato dal Muro di Berlino. La nostra era così una DEMOCRAZIA BLOCCATA, dove nulla poteva cambiare se non col rischio di una "invasione dei Cosacchi". Ma, crollato il Muro, è venuta a mancare anche quella scusa e al contempo la crisi economica mondiale non ha permesso più le facili elargizioni. Perciò, sono venuti a mancare sia lo spauracchio che bloccava i moltissimi elettori di centro, sia l'appoggio degli "opinion makers" fin lì foraggiati. stato abile nel perdendo un'occasione unica di mettere mano al

, che in Italia doveva favorire il Bi-polarismo, se non addirittura il Bi-partitismo, ha paradossalmente peggiorato la situazione portando le formazioni in campo ad un numero di ben quarantaquattro (e sono in crescita)! Ciò è però spiegabile in base ad almeno uno dei tanti difetti originari del sistema partitico e perciò politico e democratico italiano: i partiti sono gestiti con metodi "democratici" solo sulla "carta" (e neanche su quella, poiché la Carta Costituzionale cita i partiti in un solo articolo, frutto di un compromesso non risolutorio, senza dar loro alcun vincolo o forma di controllo pubblico). Se il sistema "Proporzionale" consentiva di attutire ed attenuare "artificialmente" tale stato di fatto, consentendo di dimostrare ai militanti la loro "effettiva" e "democratica" possibilità di emergere con la "generosa" immissione di nominativi nelle lunghe liste elettorali (cosa utile solo a portare voti ai capolitsta, tassativamente scelti dai vertici, poiché tali voti erano quantitativamente irrisori per una propria elezione rispetto ad una Circoscrizione elettorale di qualche milione di elettori), il "Maggioritario" ha messo a nudo i veri giochi di potere, con un abbattimento e svilimento dell'attività periferica dei partiti, i cui vertici da quel momento hanno pedissequamente comunicato ai militanti, e magari prima ancora agli uffici elettorali, il nominativo "imposto", magari pure motivato ma per lo più "lontano" dai sentimenti locali, del candidato unico vigente nei nuovi Collegi elettorali uninominali. Anche l'ultima spiaggia di apparente strumento di lotta democratica all'interno dei partiti era stata azzerata. Ciò ha generato la necessità di portare "all'esterno" del partito ogni possibile protesta e contrasto. Ne sono nate formazioni varie e variegate e da queste altre ancora. Ecc., ecc., ecc.. La sensazione è che la carovana della "comunità Italia" sia nel bel mezzo di un melmoso e perciò pericoloso guado con tutti i suoi componenti, sia chi ha contribuito a creare questa situazione, guidandola male o strattonando tutti per paura del "nuovo" nel bel mezzo del tragitto ormai obbligato e bloccando il passaggio alla sponda della "seconda" Repubblica nel punto e momento più delicati, oppure semplicemente non reagendo e sbloccando adeguatamente lo stallo pur avendone i mezzi istituzionali per intervenire, sia chi ne subisce le conseguenze , come al solito: il popolo, meno che mai "sovrano".



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